FERRITERIUM “Calvaire”

Il Black Metal francese non mi piace quasi mai, sempre che non si tratti del concetto delle Les Légions Noires, di Mütiilation, Darvulia, Haemoth oppure ancora Alcest (a chiamarli Black Metal…). Con Ferriterium però, secondo me sia chiaro, si parla semplicemente dell’avere o meno le orecchie, cioè del saper apprezzare il gusto per la melodia del Black Metal indubbiamente moderno di questo “Calvaire“. Nel discorso mettiamoci anche i gusti, pure loro contano come spartiacque legittimo, ma se sei un metallaro con la mente un minimo aperta a cui piace il concetto di musica fatta bene, cose come queste non possono passarti sotto il naso e basta.

Ma che sorpresa è stata scoprire contanta bellezza che spazza via la stupidità di tantissimo Black Metal dilettantistico odierno? Non parlo di tecnica, soldi, live o promozione. Intendo dilettanti della comunicazione attraverso la musica. Quanti sanno trovare nelle sette note una cassa di risonanza ed espansione che rende le loro opere vive e vibranti? Il mio è un discorso fatto pensando ai capolavori noti a più, lì a guardare dall’alto in basso tutti gli altri per un motivo vero, e non perchè unti dal signore, in quanto certa musica coglie(va) attimi di essenza e li distilla(va) ritmandoli, rendendoli così, eterni. Magari “Calvaire” non verrà ricordato, ma secondo me lavora su una linea d’onda simile.

Sinceramente la mia domanda é: ma da dove cazzo esce sta meraviglia? Sono ignorante lo so, ma capitemi, di band ce ne sono trillioni, quindi se leggo che Ferriterium (?) è un progetto parallelo (?) alla terza release (!) di Raido (?), militante in Karne (?) , Malevolentia (?) e Heimsgard (?), semplicemente mi gratto la testa come un italiano mentre gli parlano di Russo. Raido, chitarrista e dominatore col suo gusto di un album speciale, intenso nei sentimenti, suonato con forza e piglio meravigliosamente immersi nella bellezza malinconicamente post di “L’apogée du martyr” (per fan di Alcest nel finale) e più in generale in un lavoro di chitarre emozionante, emozionale, molto svedese in “L’apostasie“. La trama cardine di “La proie du cloître“, indimenticabile almeno per me, “L’opéra de Géhenne“, nella quale ho potuto provare la sensazione stranissima ed esaltante di sentirmi quasi parte, in una forma un pò diversa, del film “28 Giorni Dopo” il cui tema principale pare tornare sotto altra forma in questo brano. Per gusto melodico/compositivo, per me “Calvaire” merita 6 stelle su 5 e me lo conferma quando le note si abbattono a caduta sull’ascoltatore come una cascata di riff espressivi da chitarre che cantano e ti portano via con la potenza della classe, non dei grugniti assatanati, sempre ben graditi sia chiaro, ma qui forestieri. Ascoltando “La proie du cloître“, ho pensato a quanto anche io vorrei essere capace di scrivere un giro così bello, o meglio, un intero lavoro che ti parla di nota in nota, furiose ai limiti del temporalesco oppure più sentite che siano. “Calvaire” manda in esilio la banalità con un fervore comunicativo bisognoso di scappare via per dire quel che prova, ma capace di dominarsi ed accoppiarsi ad una batteria fortunatamente pestata da un session man e non sintetica, la quale avrebbe letteralmente sputtanato il lavoro di questo uomo argentato che per scrivere di sè stesso ha dovuto staccarsi la testa dal collo e guardare con i propri occhi quella scintilla interiore, d’ispirazione a musica scritta mettendo cuore, testa e tecnica. Quattro pezzi lunghi dalla produzione attualissima, fresca, magari da limare in qualche lungaggine compositiva, ma tanto, tanto appassionati.

Classificazione: 5 su 5.

Epictural Production / anno 2021 / tracce 04 / durata 42:45
L’apostasie / La proie du cloître / L’opéra de Géhenne
/ L’apogée du martyr.

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