I finlandesi Ymir si guadagnano mezza stellina del gelo in più per il semplice fatto d’aver scelto uno scatto così frozen and forgotten quale copertina. Non mentite, tutti noi abbiamo sognato di stare di notte in mezzo ad un bosco stracarico di neve, brandendo un’ascia mentre i fiocchi si posano sul cerone bianco e nero, certi che lupi ed altre creature ci osservino silenziose. Siate onesti…

I Ymir, questi sconosciuti in senso lato, attivi dal 1998 ma esordienti nel 2020 con il loro full omonimo scritto da Vrasjarn, musicista scafato e fratello del più noto Lord Sarcofagian dei Baptism, qui in veste di supporto fisso insieme ad altri due turnisti per l’occasione. I Ymir, influenzati apertamente dalla frangia scandinava anni ’90 stile Satyricon/Dimmu Borgir, la cui scelta deliberata e sostanzialmente riuscita di ripescare l’essenza passata di queste band, seppur in chiave più epico/pagana e dalla fragranza finnica, vive di una produzione che non invade la naturalezza dell’esecuzione con ritocchi dei brani in fase di produzione, lasciando ad ogni pezzo un’energia molto vera, piena, sincera. Suoni più sporchi sarebbero stati l’eccellenza? Probabile, ma tant’è.
I Ymir, che mi fanno pensare al concetto di tempo di decantazione. Qual è la differenza tra due dischi nella prima fase degli ascolti? Andiamo oltre le componenti più immediate come stile, scrittura, sound, verve ecc… non pensiamo alla longevità sul lungo periodo, soprassediamo da valutazioni sulla coerenza tra messaggio e mise. Questa variabile io lo chiamo, forse impropriamente ma me ne frego, tempo di decantazione, cioè quanto tempo impiega a calare la polvere musicale alzata dalla prima volta in cui premiamo play. Più fuffa c’è attorno ad un album, prima la nuvola scomparirà lasciando l’inevitabile senso di non aver provato nessuna sensazione importante. Maggiore é il lasso nel quale i profumi della musica rimangono nell’aria, superiore sarà la profondità del messaggio di un album.
Nel caso degli Ymir la loro decantazione è ben superiore rispetto ai connazionali Striges ad esempio, facendo di “Ymir” un solido lavoro per appassionatissimi ricercatori di nuove/vecchie sensazioni nordiche, piccola perlina riuscita al 70% ricca di spirito nevoso, immagini da terre lontane e viatico verso quel mito nordico perso tra cielo e terra che trovo piacevolmente riassunto negli urli/ululati di “Pagan Mysticism“, il manifesto di tutto quel che vorrei sentire nel disco. Il punto è che questo stato di perfezione non dura tutti e trentasei minuti, infatti il mio gusto personale viene stuzzicato soltanto dalle note più tese del disco e dai momenti enfatici di “Frostland Conqueror“, ma meno durante certi passaggi più leggeri, melodicizzati ed alquanto Finnish, più forti in “Silvery Howling” e “Ymir“. Per cui prendo in toto l’animo norse di fondo e se posso soprassiedo idealmente su alcuni ammorbidimenti, ben conscio che quando agli Ymir esce la ciambella col buco bello tondo e regolare come dico io, pare possano rievocare veri scenari d’altri tempi come in “Winterstorms“, il cui parlato narra di eroi e lunghi viaggi a cavallo sotto bianche ed implacabili bufere… cioè il lato poetico e perduto del Black Metal, nonchè il migliore di “Ymir“.
Werewolf Records / anno 2020 / tracce 6 / durata 36:06
Pagan Mysticism / Silvery Howling / Ymir / Frostland Conqueror / Winterstorms / Resurrection of the Pagan Fire.