ÓREIÐA “Óreiða”


Tornando indietro nel tempo, credo sia la seconda volta che ascolto un album interamente strumentale. E’ tanto raro che nemmeno ricordo con precisione quali siano stati gli altri casi, anche se tra loro c’è di certo il mio caro, carissimo compagno di brutti pensieriSkogens Hjärta” degli Hypothermia. Il motivo é semplicemente che a mio gusto la mancanza di vocals toglie qualcosa ad un disco estremo, per quanto in molti casi possano essere incomprensibili, scolastiche, fonetiche, mediocri, insignificanti o semplicemente orribili.

Diciamo che posso perfino accettare vocalizzi relegati a semplice strumento come gli altri, ma che manchino no ed é il motivo per il quale i primi ascolti di questa misteriosa creatura islandese sono stati velati dalla superflua ricerca di un possibile stile vocale. “E se fosse sul cupo e basso? Gracchiante? Sgraziato/Stridulo? Folle? Classicamente in scream?” Mi dicevo.

Macché! Puttanate! “Óreiða” trova in questa formula proprio la sua quadratura del cerchio creando un parallelo che sono sicuro dilagherà nella vs. mente con la costanza indefessa di strutture musicali ripetute senza sosta, creando un flusso simil meditativo nel quale si cade e basta, senza imporselo. Cercando di descrivere a parole la musica, posso dire che i brani sono accomunati da una struttura portante fatta da un classicissimo riff stile tormenta di neve costante come sfondo, sul quale scivolano tassello dopo tassello delle variazione musicali semplici, di tastiera o chitarra che danno il carattere proprio ad ogni brano, anch’esse ripetute minuto su minuto quasi si trattasse di tanti loop sovrapposti uno all’altro per un effetto sempre più stratificato ma basic nell’approccio all’animo di chi ascolta. E’ come prendere la lezione del Burzum atmosferico ed applicarla con il gusto di una band (o one man band) di oggi, secondo me formata da qualcuno di giovane di età o altrettanto fresco di testa, che trasferisce la propria modernità a ritimiche molto tirate e con una palese genia nordica che aiuta a richiamare immagini gelide, nevose, naturali, emotive, indefinite, fantastiche e flocloristiche come nel caso abbastanza evidente del flauto di “Draugar“.

Certe volte faccio riferimento alla longevità di un disco, ma se penso a quella di “Óreiða” non riesco a quantificarla perchè una volta finito mi ritrovo come emerso da un sogno, con le orecchie che mi fischiano e la sensazione di aver vissuto un’esperienza il cui minutaggio é relativo, ma che sconsiglio di ripetere immediatamente per far decantare le note e non cascare prigionieri del senso di ripetitività che tanto da, quanto toglie nel caso se ne abusasse.

Non conosco i demo precedenti, quindi per me “Óreiða” esce dal nulla e crea un’esperienza antica ma attuale, semplice ma non sempliciotta, il che lo rende interessante e da approfondire.


Harvest of Death / anno 2019 / tracce 4 / durata 42:18
Dagar / Again / Draumar / Daudi / Draugar.

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