SKOGEN “I Döden”


Antefatto: qualche settimana fa un mio compare mi chiede se ho mai ascoltato “I Döden” degli Skogen.

Gli rispondo di no. Al tempo sbirciai dei sample di “Vittra” e “Svitjod” e per me fu abbastanza. Non erano il mio tipo di Black Metal. A lui invece il disco piace molto quindi un giorno ci si trova ad ascoltarlo con l’intento di buttare giù due idee per una recensione. CD nel lettore, parte il primo riff acustico, inizia il viaggio con la copertina – peraltro eccezionale – formato panoramico aperta sulla TV davanti alle ns. poltrone.

Bum! Sguardo fisso sull’artwork stile manifesto pubblicitario per quasi un’ora ad osservarne ogni particolare.

La mia sopresa è immediata: scrittura, atmosfera, potenza espressiva. Dove sono finiti gli Skogen che ricordavo io? Chi sono questi tre figuri che in un bagno di riff fortemente nordici citano perfino i Satyricon pre “Nemesin Divina” con cuore, sofferenza ed emozione? Se non stessimo parlando di un album tanto bello, si direbbe che “När himlen svartnar” plagia “The Shadowthrone“, cioè uno dei classici forse meno citati della storia del Black Metal dopo la sua pubblicazione. Ma in fondo non importa, basta scivolare senza pensare negli scenari d’altri tempi della title track, peraltro pienamente ricompensati anche dal pathos della seguente “Solarvore” durante la quale voci pulite e la coppia tastiera/chitarra sembrano portarti con loro.

Atmosfera, la morte sullo sfondo di tutto il disco, cori epici fierissimi senza fregnacce pacchiane, chitarre melodiche ricolme di tradizione, lo scream duro che gratta le “r” con vigore nordico, la pausa strumentale dai colori autuno/invernali di “Livets ruin“. Se dovessi fermarmi qui potrei essere già sazio di tutti quei momenti già vissuti nei quali la chitarra acustica pizzica certi precisi sentimenti, ma ad essa segue la forza poderosa di “Griftenatt” a darmi la sensazioni di sentire il disco svedese, più norvegese che io abbia ascoltato da tempo. In “I Döden” si vivono veramenti dei momenti nei quali pare che “Qualcosa stia guardando da dentro la foresta. Qualcosa di grottesco, macabro e sfigurato, fedele al buio. Là, all’interno tra boschi e paludi“, come in “Svartskogen” nella quale rinasce il Burzum che tutti vorremo risentire, non quello degli sproloqui razziali. Unica nota per me stridente la rielaborazione in chiave “I Döden” del classico tempo cadenzato alla Marduk di Legion che marchia la finale “Sleep“, durante la quale risento nelle vocals pulite il Ghaal recente dei Ghaals Wyrd.

Per tutti questi motivi ho deciso di fermarmi. Non andrò avanti per capire se il seguente “Skuggorna kallar” o i precedenti siano degni dello stato di grazia di “I Döden“. Voglio fermare l’attimo, così com’è, perchè […] Certe volte non scatto, se mi piace il momento, piace a me, a me soltanto, non amo avere la distrazione dell’obbiettivo, voglio solo restarci, dentro. […] (cit.)

Classificazione: 4.5 su 5.

Nordvis Produktion / anno 2014 / tracce 9 / durata 58:25
Vargher / I döden / När himlen svartnar / Solarvore / Livets ruin / Griftenatt / Midvintergraven / Svartskogen / Sleep.