Ì MYRKRI “Drivende i Dødens Æter”


Ricordavo i due ameridanese in questione, certo, ma solo per la copertina del loro esordio uscito nel 2019. Non me ne vogliano, ma anche fossi un milionario che lascia altri ad amministrare il suo patrimonio mentre passa il tempo ascoltando musica, probabilmente mi sarei perso comunque “Black Fortress of Solitude” nelle pieghe del mercato. Quindi, non posso raccontarvi se i nostri si siano migliorati/evoluti, oppure peggiorati/involuti, però è chiaro come risultino autori di un buon Black Metal anni ’90, quello sì.

Dopo i primi due ascolti, “Drivende i Dødens Æter” stava iniziando a scivolarmi di mano per finire sullo sfondo insieme a tanti altri dischi, lasciandomi al contempo la contraddittoria sensazione di dover approfondire per forza qualcosa di non chiaro tra le righe. Le parole della band per descrivere questo secondo lavoro le trovo più adatte al lato concettuale del disco piuttosto che alla musica in esso, cioè l’oblio tra vita e morte, l’atmosfera mistica delle foreste dimenticate, il senso di fluttuazione durante un’esperienza extra corporea, il filo che ti impedisce di scomparire nel vuoto. Appena ho letto tutto questo sono schizzato con la mente a Den mörka skogen af ondo degli Helgedom piuttosto che a questo lotto di brani molto dritti, un po’ tedeschi, un po’ danesi, estremamente coerenti tra loro, aperti e chiusi da un paio di intervalli ambient riusciti, malinconici ed introspettivi.

Leggere quella descrizione però, è stato utile per dare una chiave di lettura al tutto: atmosfera. “Drivende i Dødens Æter” ne ha ed é lei a renderlo apprezzabile a modo suo, infatti il comporre classico degli Í Myrkri fa girare chitarre, basso, batteria e scream offuscato riuscendo a dare un senso di avvolgente. Per gli appassionati che sanno di cosa parlo, “Drivende i Dødens Æter” mi ricorda una sorta di “Christenhass” degli Ulfsdalir meno riuscito e più caldo nei suoni, notevolmente avvantaggiato da una durata stile Bignami utilissima per non disperdere le buone idee in lungaggini che spesso annacquano tutto. Niente filler, pezzi spompi, robaccia di seconda mano. Per questo “Drivende i Dødens Æter” è un ascolto molto facile, ben riuscito se visto sotto una certa ottica, nel quale ogni pezzo si risolleva appena accenna a far capolino una leggera sensazione di stanca, con qualche momento particolarmente interessante come in “Tidens Onde” ed è certamente rivolto a quelli che io chiamo sempre i completisti, a cui serve respirare certi odori e suggestoni ogni volta sia possibile, anche con dischi dalla relativa longevità ma buona resa immediata come questo.

Classificazione: 3 su 5.

Wolfspell Records / anno 2020 / tracce 5 / durata 29:38
Vinterens hedengangen / En besværgelse af frygt / Tidens onde / Evighedens åndevæsen / Et hadefuldt landskab.