VELVET CACOON “Atropine”


Al tempo ritenevo che la mia devozione spaventosa per il Velvet Cacoon non valesse l’acquisto di un “Atropine“, prodotto dal minutaggio imponente e fattezze atmosferiche. Fu però il fato a portarlo a me, o meglio un errore della Full Moon Prod. la quale pensò bene di spedirmelo al posto dell’esordio dei Clair Classis, band nata e morta in tempo zero dalle menti del già citato duo americano. Quindi, volente o nolente, mi trovai tra le mani oltre due ore di dark ambient in formato slipcase sottile, dalla grafica cupa e titoli illeggibili quanto il nero su nero (o quasi), verso il quale nutrivo un forte sentimento di diffidenza da fan sfegatato dell’immenso “Genevieve“, in grado di farmi amare incondizionatamente una band che a conti fatti aveva prodotto solo un album veramente degno di nota.

Non ero/sono nemmeno il più adatto a musica così, ma vuoi le giornate uggiose di quei giorni del 2009, metti il caso e un mio momento personale particolare di allora, fatto sta che all’iniziale scetticismo subentrò velocemente un coinvolgimento passivo al limite della catalessi al quale mi avvinghiai per giorni. Per spiegarmi, durante uno degli svariati ascolti del tempo, mi sovvenne un pensiero semplice: sono talmente anestetizzato che se dovessi morire ora, potrei anche non accorgermene.

Atropine” è stato e sempre sarà una sorpresa, luogo mentale semi statico scandito dal ripetersi di suoni plumbei e variazioni minime in questo parallelo dominato da stasi, grigiore ed attesa di non si sa cosa, osservazione con occhi smorti di paesaggi immobili, fumosi, in un certo senso inesistenti ed avvolti da un silenzio morboso nel quale è sotteso l’alone Velvet Cacoon. Il paradosso potrebbe perfino essere che proprio i brani più lunghi restano ancora oggi i migliori, in quanto capaci di materializzare più vividamente quel velo opaco persistente che gradualmente si modella lungo le curve del corpo scendendo dagli occhi, fino ai piedi. L’effetto narcotizzante di “Graveside Sonnet“, “Funeral Noir”, “Dreaming in a Hemlock Patch” o “Nightvines” fu strisciate, istantaneo oltre che massiccio. Oggi come allora provo ad opporvi resistenza, ma non ci riesco e penso che tra tutte le storie e storielle riguardanti i Velvet Cacoon, l’unico elemento reale sia l’uso di droghe, le quali aiutano indubbiamente molto la creazione di determinati scenari.

Quindi “Atropine” mi piace molto tutt’ora, ma solo nella penombra come in quei giorni alquanto strani che mi han legato a questo album per sempre, perché solo nel semi buio le sue atmosfere riescono nella magia di espandersi fino a confondere i limiti del mondo circostante. Non mi aspetto che ciò valga per tutti, per cui se volete insultarmi per aver parlato così bene di un disco tale, fate pure, vi capisco. A me “Atropine” protrebbe aver salvato la vita…

Classificazione: 5 su 5.

Full Moon Productions / anno 2009 / tracce 8 / durata 122:02
Candlesmoke / Funeral Noir / Graveside Sonnet / Dreaming in a Hemlock Patch / Nightvines / Nocturnal Carriage / Earth and Dark Petals / Autumn Burial Victoria.