MISOTHEIST “Misotheist”


Leggiucchiare semplicemente su Wikipedia il significato del Misoteismo o Malteismo, mi ha stimolato come capita a chi impara qualcosa ignorato fino ad un minuto prima e che lì per lì sembra per lui la scoperta del secolo. Scoperta appunto, che per arrivare ha bisogno anche di fede e dedizione, termini un pò altisonanti in un contesto musicale ma che si sposano bene al religious dei Misotheist (il primo) e con il percorso che mi ha portato ad approfondire (grazie al secondo) questo interessante esordio.

Il misoteismo[1] o malteismo è la credenza che Dio sia un essere crudele, arrogante, invadente e bugiardo che non merita di essere venerato. […] I malteisti credono che Dio dipenda dalla venerazione e dalla adorazione delle persone che credono nella sua esistenza. I malteisti si aspettano che privandolo di questa venerazione umana, Dio cada in uno stato di decadimento che successivamente ne causerebbe la morte, lasciando il mondo in una situazione migliore di quella precedente. […]

Wikipedia

L’elemento fondamentalmente positivo di “Misotheist” é che sembra l’inizio di qualcosa di più, con una voce azzeccata, bassa come uno scream gutturale molto tipico per il genere e dei brani in crescendo che da apparentemente monolitici e poco variegati, col proseguire degli ascolti mostrano sfumature nascoste ad ascolti superficiali dando un senso di progressione compositiva da traccia a traccia. Con la pazienza ho potuto accorgermi delle variazioni significative che fan crescere l’inizialmente statica “Carriers of Captivity“, mentre più immediato é stato apprezzare l’apertura ancestrale stile bardo di “Beast and Soil” ed il suo finale dai toni Post Black, Post Rock o Post Quelchevipare. Il punto é che la traccia da un preciso minuto in poi cambia a tal punto da non sembrare nemmeno parte dello stesso disco, sull’onda del riff arioso che apre e chiude il cielo denso del disco. “Blood of Rats” è valida chiusura a questo trio in una miscellanea di citazioni ai Deathspell Omega pre jazz e gli elementi ascoltati negli altri due brani, costantemente martellata dalla doppia cassa e quellì’inquieta e tesa ispirazione musicale che non abbandonano l’album.

Se poi si vuole sindacare sul chi crea davvero qualcosa e chi no, si faccia pure. Per me non ha senso di fronte a un “Misotheist” palesemente rivolto agli addetti ai lavori religiosi e che vuole creare qualcosa all’interno di un determinato sotto genere. Spero vivamente in un disco più corposo a breve – anzi, una nuova uscita è già annunciata per fine 2019 – sempre che poi non finisca come coi canadesi Gevurah, tanto allettanti nell’EP “Necheshirion” quanto (per me) soporiferi nel full “Hallelujah!”.


Terratur Possessions / anno 2018 / tracce 3 / durata 33:24
Carriers of Captivity / Beast and Soil / Blood of Rats
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