IMPAVIDA “Eerie Sceneries”


Pur riconoscendo l’impegno di band e etichetta (l’ottima Vàn) per pubblicare con tutti gli onori del caso “Eerie Sceneries”, valutando perfino l’ipotesi un po’ tirata per i capelli che si tratti di un problema di stampa solo della mia copia, dico: la grafica di questo digi sleeve limitato a 350 copie purtroppo è perlopiù illeggibile. Cartoncino nero abbastanza spesso, ruvido, piacevole al tatto. Stampe argentate, caratteri molto confusi. Stessimo parlando di un prodotto che parte in sordina, senza limitazione importanti al numero di copie potrei soprassedere, ma pubblicare un disco che si presenta in partenza come oggetto da collezione con delle pecche, è come pulirsi il culo con un coriandolo. Perdonatemi il linguaggio forbito ma è un peccato.

Detto questo, il buio evocato dagli Impavida pare avere due volti. Il primo porta ad abbassare le braccia tanta è la sensazione di vuoto avvilente e senza speranza, ben raffigurato dagli occhi del bambino mai nato che danno lo spunto per il titolo della strumentale “Watching The World Through The Pale Eye Of An Unborn Child”. Il secondo porta l’ascoltatore, o viaggiatore in quella terra di nessuno nella testa di God Killing Himself e Herbst, a nascondere di scatto il viso con le mani, (imp)pavido di fronte agli incubi macabri che lo circondano, disturbato dalla sensazione che miriadi di occhi bianchi, fissi e vuoti lo stiano spiando.

La frase stampata nel booklet che recita “this eerie scenery reanimates the ghosts of my past” (“questo scenario inquietante rianima i fantasmi del mio passato“, parla apertamente di un’oscurità interiore musicata con i rintocchi acustici allucinanti di “Into Empty Spheres”, la voce gracchiante e sgraziata di un abominio deforme incatenato alla parete che gratta con le unghie il pavimento (“Dark Skies”) e un insieme di atmosfere tra l’onirico, l’orrendo e il deprimente che mi hanno ricordato per certi versi Xasthur, Striborg, Krohm e Velvet Cacoon. Il tutto risuona allo stesso tempo forte, quasi aggressivo come le vocals o i blast beat di “Traumata”, ma di converso molto sfumato e suadente, come un olezzo penetrante grigio e leggero esalato dalle crepe nel terreno nero sottostante, attraverso le quali echeggiano riff tetri, rallentati e liquidi ora, densi e opprimenti, poi.

Eerie Sceneries” non è il più accessibile dei dischi depressive che ho ascoltato di recente, ma il tempo ne ha fatto uscire il fascino per cui lo vedo soprattutto come un must per appassionati, gli unici in grado di cogliere realmente il disagio evidente che guida l’ennesimo mattone di questo muro del pianto chiamato depressive.


Ván Records / anno 2008 / tracce 6 / durata 54:18
Into Empty Spheres; Dysmorphic; Dark Skies; Watching The World Through The Pale Eye Of An Unborn Child; Ashes Of Me; Traumata.

► VIDEO “Dysmorphic ” ◄

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