DEATHSPELL OMEGA “The Furnaces of Palingenesia”


Certe considerazioni riguardanti i Deathspell Omega di oggi potrebbero calzare anche per Craft ed in parte Clandestine Blaze recenti, che con storie musicali e rendimenti differenti, ultimamente sono riusciti a risvegliare in me la voglia di ascoltarli di nuovo dopo qualche anno di sonnolenta convivenza, come accade in quei matrimoni stantii nei quali dai per scontato ormai tutto, salvo poi accorgerti dopo una serata particolare o una parola detta al momento giusto, che il tuo partner resta sempre il migliore. Degli altri due però, parlerò nelle prossime settimane mentre oggi mi soffermerò sui primi di questo terzetto. 

Ebbene, credo di interpretare il pensiero di molti con un minimo di senso critico, se dirò che il precedente “The Synarchy of Molten Bones” assomigliava ad un noioso e deludente “cul de sac” musicale, infatti sentirli correre ancora una volta sulle strade più che battute negli anni precedenti ma senza quel quid che di solito i DSO sanno metterci, mi aveva fatto provare un profondo senso di disinnamoramento. Quel disco segnava un punto di non ritorno oltre il quale i Deathspell Omega sono riusciti fortunatamente a balzare a piedi pari ricordandosi chi sono, cosa hanno creato e sperimentato, dicendoci che per fare black metal intricato lasciando il segno serve soprattutto quella presenza che solo pochi hanno e pure loro possono perdere per strada.

The Furnaces of Palingenesia” cola buio in un mix riuscitissimo di esaltante creatività e classe compositiva debordante che forse trovano la massima espressione in “Standing on the Work of Slaves“, in alcuni passaggi tanto sorprendente da farmi restare appeso ad essa finché non termina. Come al solito non é facile ascoltare i Deathspell Omega e questo si sa da tempo, ma stavolta quel che fa la differenza è l’alternanza di sensazioni a braccetto con il fluire dei brani che riesce a tenerti attaccato alla poltrona senza abusare soltanto degli schizzi jazzati, ma lavorando sulla completezza dell’atmosfera, sui contrasti ritmici tra brano e brano che a mio gusto fanno risaltare i pezzi lenti dove l’espressività delle vocals fa un mezzo miracolo.

Non siamo agli esordi black metal, nemmeno ai tempi di “Si Monumentum...”, oppure nel periodo durante il quale l’estremizzazione dell’eclettismo ritmico dominava. Stavolta non ci sono elementi predominanti ma un sunto di varie ere musicali all’ombra nera di un monolite nero sotto un sole nero in un cielo… nero che mi ha rimandato al film “Prometheus“, anche se ammetto sia una sensazione molto personale che butto lì come spunto pensando alla teatralità di “Renegade Ashe“. Mettiamoci il pianto/lamento strisciante lungo “You Cannot Even… “, i due minuti e poco più di “Sacrificial Theopathy” che paiono il doppio tanto sono pregni, il punto non é elogiare questo o quello spunto, lo scrivere papiri metafisici da romanzieri moderni, oppure dar sfogo al puerile istinto d’accodarsi allo stuolo di lecchini elogianti, ma il gongolarsi sincero tipico degli appassionati di fronte alla ritrovata sensazione di superiorità musicale dei Deathspell Omega, più facile da riscontrare in altri generi che nel Black Metal, il che li rende trasversali ma allo stesso tempo purissimi e moderni.


NORMA EVANGELIUM DIABIOLI / anno 2019 / tracce 11 / durata 45:18 min.
Neither Meaning nor Justice; The Fires of Frustration; Ad Arma! Ad Arma!; Splinters from Your Mother’s Spine; Imitatio Dei; 1523; Sacrificial Theopathy; Standing on the Work of Slaves; Renegade Ashes; Absolutist Regeneration; You Cannot Even Find the Ruins…

VIDEO “Splinters from Your Mother’s Spine”

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